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mercoledì 13 settembre 2006:
Faust’O – Suicidio (Cgd, 1978)
Se sia punk o meno, è argomento di accesa discussione da oltre vent’anni: il dato di fatto è che Fausto Rossi – al secolo Faust’O – rimane senz’ombra di dubbio il cantautore più interessante e (relativamente) misconosciuto che l’Italia abbia mai sfornato dagli anni ’80 fino ad oggi, nonché il più estremo concettualmente. Ogni altra etichetta mi sembra francamente riduttiva. Suicidio, opera prima dal titolo eloquentissimo, è il primo episodio di una trilogia discografica «i cui semi alimentano buona parte della musica pop italiana per tutti gli anni Ottanta», recita giustamente un suo recente curriculum. All’epoca, si trattò più o meno di un esperimento mainstream che sfuggì ben presto al controllo. “Suicidio”, uscito su major e prodotto da Alberto Radius (Formula 3), si presenta infatti ai curiosi come un concentrato di incubi e visioni di Faust’O – musicista eclettico per eccellenza – innestato su arrangiamenti complessi ed imprevedibili che spaziano dal progressive rock al pop nevrotico, prefigurando praticamente la new wave a venire. La voce, schizofrenica e inquietante, è assolutamente inconfondibile nel suo continuo virtuosismo, e i testi osano troppo anche per i tempi attuali.
Il vinile si apre con il trillo di un telefono, a cui subentrano quasi in contemporanea il pianto disperato di un bambino e una risata sadica. Segue un lungo prog strumentale a effetto suspense, quindi parte finalmente la title track. «Suicidio! Ma penso che valga la pena di andare!», ripete ossessivamente il singolo portante, chiudendo bruscamente l’ultima di sei strofe decadenti e senza pietà. “Godi”, l’episodio senza dubbio più violento, recita invece così: «È la perversione, la tua ultima occasione / la corretta soluzione di una vita vissuta a metà / succhia con prudenza le mammelle della scienza / questa cosmica demenza, sostituto di mamma e papà! / Striscia / ai margini del tempo, davanti ai compromessi / la fiera degli eccessi ormai non rende più! / Piscia / sui miti del potere, rinnega la cultura / adesso fai paura, spaventati anche tu! / Ma non farti mai vedere, dietro i banchi di una chiesa / mentre ti masturbi in allegria. / Non usare il coito anale, per il gusto di far male / Fai l’amore con malinconia / Godi, però di nascosto, nel cesso, nel bosco / nell’ultimo posto in cui Dio ti vedrà! / […] Godi, davanti ai borghesi, corrotti ed obesi / davanti alla fabbrica della pietà! / Godi, sul muso dei vecchi, vestiti da specchi / e ridigli addosso la tua libertà! / Prendi a calci le paure, quelle vecchie macchie scure / che ti han fatto sporco come sei! / Dalla gabbia puoi uscire se ti va / ma soltanto senza la verginità!». “Piccolo Lord” – forse il momento più alto del disco – è un delirio freudiano con accompagnamento di pianoforte, che cambia tempi e modi con inserzioni imprevedibili e folli; “Il mio sesso” e “C’è un posto caldo”, poco più avanti, analizzano l’argomento “scabroso” da un punto di vista quantomeno trisessuale (Faust’O è notoriamente un fan di David Bowie e dei Velvet Underground), mentre “Benvenuti tra i rifiuti” è una sorta di manifesto programmatico neo-dadaista («Quando cade la notte / le vostre donne ridiventano puttane / ricchi, poveri politicanti / siete figli della merda / noi corriamo dentro il buio / riversiamo sperma sulle vostre inibizioni! / Benvenuti tra i rifiuti / qui non c’è la polizia / benvenuti tra i rifiuti / qui la legge siamo noi». Il capolavoro di Faust’O. Lo adoro.
Tracklist: 01) Intro; 02) Suicidio; 03) Godi; 04) Bastardi; 05) Piccolo Lord; 06) Eccolo qua; 07) Il mio sesso; 08) C’è un posto caldo; 09) Innocenza; 10) Benvenuti tra i rifiuti.
[Simone]
la recensione proviene dalla webzine LAMETTE
C'E' UN POSTO CALDO
(Fausto Rossi)
Seduto sul banco
di una scuola
tanti anni fa!
Un bimbo distratto,
distrutto,
dalle idee di papà!
Immobile sguardo,
ma dentro,
vedevo più in là!
Ti ho visto mentre ti infilavi
una mano nei calzoni
e lui che ti guardava
sorrideva e ti toccava
Quel giorno ho visto un mostro
ma non l'ho detto mai
dopo anni ti ho incontrato
hai sorriso e ho detto ciao!
Nudo, il suo corpo nebbioso ondeggiava
la lingua bagnata di dolce
veleno che mi penetrava.
disse:
Non tornerai dal tuo Dio
o forse anche lui è come noi?
Oh! disse dai respira forte, forte più che puoi
Oh! disse non ti prendo più se tu non lo vuoi
No! non si può tornare indietro quando tu lo vuoi
No! mi guardò negli occhi e sussurrò non andare via
Non ti libererai vedrai
ormai sei sporco come me
Vedrai!
Resta, c'è un posto caldo
la gente fuori non capirà
Resta, restami accanto
risposi prendimi ancora se vuoi!
QUALCUNO MI RENDA L’ANIMA
(Renato Zero)
Qualcuno… Con un sorriso addosso,
Mi dice, giochiamo insieme dai.
Ti compro, un aquilone rosso,
Se lo vuoi!
Avevo,
Appena aperto gli occhi!
Ma il buio, mi raggiungeva già,
Due mani, rubavano al mio corpo,
L’innocenza…
Ma, perché è toccato a me,
Fra tanta gente…
Ma, che cosa c’entro io, con quella gente…
Qualcuno mi renda l’anima!
Madre, quei segni sul mio corpo…
Certo, non li hai capiti mai!
In quel gioco losco…
Vinsi un aquilone,
E persi l’anima!!
Persi l’anima…
Persi l’anima…
Persi l’anima…
Qualcuno mi renda l’anima!!!
Ma, perché è toccato a me,
Fra tanta gente…
Io!
Ma, che cosa centro io, con quella gente…
Dio!
Qualcuno mi renda l’anima!
Cresciuti, con un sorriso addosso.
Bambini, ormai non siamo più.
Vi diamo, un aquilone rosso …
Per un anima!
Per un anima ….
Per un anima ….
Per un anima ….
Qualcuno mi renda l’anima!!!
uno ci tedia con dio e aquiloni rossi l'altro più cattivo parla di padri frustrati e mostri nei calzoni di qualcuno, anche se poi in fondo uno diverrà venditore di aquiloni a bambini innocenti mentre l'altro avrò per sempre il trauma da portarsi dentro anche perché in fondo la cosa non gli dispiace.

su Rolling Stone di questo mese c'è la recensione in Inglese di Suicidio

"at its best, this has the feeling of decadent 70s rock,Lou Reed or Queen on a day when the drugs ran out. It's small and cabaret-like, but very operatic just the same, or at least full of drama. The song splice together different melodic movements into little suites, brainy and arty, but not always so satisfyng. At least when Freddie Mercury did it, he had killer melodies to splice together. But there's hardly a memorable hook here, the piano and bass carry the music, while the vocals tend toward over-emotional shouting even when they're quiet. and still some of it ( like the creepy BASTARDI and the closer BENVENUTI FRA I RIFIUTI) is hard to deny."
Questo era il feeling del Rock decadente degli anni '70, simile a Lou Reed e ai Queen nei momenti in cui le droghe mancavano, al suo meglio.
E' un po' simile al cabaret, ma molto lirico allo stesso tempo, o almeno pieno di drammaticita'.
Le canzoni mettono insieme diversi movimenti melodici in piccole suites, cerebrali ed artistiche. Ma non sempre cosi' soddisfacenti.
Almeno, quando lo faceva Freddie Mercury, aveva grandi melodie da mettere insieme, mentre qui difficilmente c'e' qualcosa che ti prende, qualcosa di memorabile.
Il piano e il basso sostengono la musica, mentre la voce tende a slanci sovra-emozionali anche quando e' quieta.
E comunque, alcuni dei brani, come la raccapricciante "Bastardi" e la chiusura di "Benvenuti tra i rifiuti", sono difficili da rifiutare.
Joe Levy
( Joe Levy è vicedirettore di ROLLING STONE USA.)
